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Film della settimana - 16 novembre

Habemus Papam di Nanni Moretti


Sinossi
Cosa accadrebbe se all’indomani del conclave che l’ha nominato pontefice il cardinale prescelto rifiutasse l’incarico? Il Vaticano andrebbe nel panico e a ruota lo seguirebbe il mondo intero. Ed è quello che succede quando il cardinale Melville, anziano signore francese in preda ai dubbi e a una fede vacillante, fugge dalle cure dello psicanalista chiamato in gran segreto e con abiti borghesi si perde per le vie di Roma. Nel frattempo gli altri cardinali, rinchiusi nel Vaticano per non diffondere la notizia, aspettano che il Santo padre ritorni e cercano vari modi per passare il tempo.


Habemus Papam, uscito lo scorso aprile, presentato in concorso al Festival di Cannes, diventato un caso sia critico sia mediatico capace di dividere e appassionare il pubblico e la critica, trovando fan appassionati e agguerriti detrattori, è ancora a distanza di mesi un film importante da vedere e ripensare.

Magicamente in bilico tra compassione e derisione, Habemus Papam è una riflessione sulla società contemporanea e il suo rapporto con la vita pubblica, la risultante tragicomica della curiosità onnivora e beffarda che da sempre riconosciamo nel suo regista Nanni Moretti e che si intuisce dietro il suo sguardo affamato di verità. Come il precedente – e meno riuscito – film di Moretti, Il caimano, è una riflessione sul potere e la sua moralità, sul peso delle responsabilità e sull’umana debolezza di fronte agli ostacoli della vita: questo per rimanere all’aspetto manifesto del film, quello affrontato dai media tradizionali, cioè la televisione e i quotidiani, dove Moretti è considerato alla stregua di una star, e soprattutto per soffermarsi alla straordinaria prova di Michel Piccoli, volto estatico e sofferente che incarna perfettamente nella sua fiera vecchiaia la debolezza e l’orgoglio dell’essere umano.

Come in ogni grande film, però, anche in Habemus Papam ciò che non è manifesto, che sta sopra, sotto o a lato dell’evidenza, è ancora più profondo e molteplice di ciò che si vede: e Moretti, da quel giullare inacidito che è sempre stato, trova ancora il modo di divertirsi un mondo. Il suo film è prima di tutto un’idea geniale, lo sguardo in una realtà sconosciuta come quella del conclave, che da cerimoniale mai visto diventa l’idea di un mondo imperturbato dall’occhio non solo del cinema ma della stessa società. Fuori da ogni visibilità – la parola d’ordine della cultura di massa – Moretti sceglie di spingere sul pedale del grottesco, sull’ottusità infantile e innocente dei personaggi, creando un luogo che sembra una navicella spaziale tagliata fuori da tutto e felice di esserlo. Il suo è un cinema che rivendica libertà e fantasia: si inventa ciò che nessuno o in pochi hanno visto, uno dei rarissimi luoghi dove le telecamere non sono mai entrate, e lo trasforma in universo giocoso e folle. In questo modo, non si capisce come sia stato possibile che il suo film sia stato accusato di essere anti-clericale o di tratteggiare gli uomini di Chiesa con scontato umorismo.

In Habemus Papam la curiosità si trasforma in stupore, il mai visto resta inafferrabile e allo spettatore – che può stare seduto in sala oppure in piedi in piazza San Pietro – resta la fame di voyeurismo, quell’innamoramento del potere, della sua segretezza ed esclusività, a cui la contemporaneità aspira. In questo ragionamento sulla visibilità Moretti stesso, come attore e personaggio, si esalta e si annulla, senza preoccuparsi di camuffarsi con un nome o una giustificazione narrativa e mettendosi in scena con la sua comicità gratuita. Attori siamo, in fondo, e attori vogliamo vedere e adorare: tanto vale smettere di credere alla finzione e riflettere sul rapporto tra immagine e potere.

L’avidità di sentimenti e di compassione, in fondo, è così intensa da aver fatto scordare al mondo il senso civile di ogni ruolo pubblico. Nessuno si chiede mai se cardinali, politici o professori siano adatti al ruolo che viene loro conosciuto: non c’è verifica o attenzione, ma solo adorazione. Basta dire o credere di «essere i migliori» e il resto viene da sé.

Moretti non ha mai veramente accettato l’idea di celebrità, per quanto ci abbia più volte giocato e per quanto, stiamone pur certi, gli piaccia essere sempre il primo di tutti: poche volte come in Habemus Papam, però, ha trovato gli accenti giusti per ammettere la paura di fronte a quel potere – ecclesiastico, politico e mediatico – di cui ogni personaggio pubblico è investito. E con il candore di chi vorrebbe tornare bambino e chiedere al mondo di essere altro (un campo di pallavolo, un palcoscenico, una mano di scopa), ha imbastito una straordinaria lezione di morale per questo Paese senza guide e senza pensieri.

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