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Film della settimana: 6 ottobre

Bright Star di Jane Campion



Londra 1818. Il ventitreenne poeta John Keats, oggi considerati uno dei massimi poeti dell’era moderna, si innamora della bella Fanny Browne, studentessa di moda, che abita come lui in casa di Charles Brown. I due vivranno un’intensa storia d’amore, fatta soprattutto di sguardi, passeggiate e appassionanti lettere, contrastata dai dettami della società dell'epoca e soprattutto dalla salute inferma di lui, che lo porterà a morire nel 1821, mentre si trova a Roma.

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Bright Star è un film all’inseguimento delle parole di Keats, non un film biografico, ma «una ballata» alla maniera del poeta, come ha detto la regista Jane Campion presentando il film al Festival di Cannes dello scorso anno. Visivamente e idealmente ricorda Lezioni di piano, a oggi il più celebre e celebrato lavoro della regista neozelandese, nonché unica Palma d’oro vinta da una donna nella storia del festival francese: è ambientato nell’800 romantico, è imbevuto di tinte letterarie, addirittura affronta di petto la biografia di un grande poeta del tempo, e parla d’amore, quello tra lo stesso Keats e la sua coetanea Fanny Brawne, con i toni disperati, commossi e commoventi del romanticismo.

La storia è vera, se ne hanno libri e testimonianze, ma a una voce soltanto: la voce di Keats, uomo che con le parole ci sapeva fare e che scrisse a Fanny lettere bellissime che lei, dopo la sua morte, conservò a lungo. Ma Jane Campion è donna, non necessariamente femminista, ma donna, e scrivendo il suo film ha deciso di rovesciare il punto di vista e inventare una seconda «voce» che, almeno per iscritto, non ci è giunta: quella di Fanny. Il film, infatti, non è la storia di John Keats: è la storia di come Fanny Brawne si innamora di John Keats e della sua poesia. Non è però la solita storiella romantica sulla fanciulla sognatrice infatuata del poeta: Bright Star è il confronto fra due creatività, perché Fanny Brawne è una stilista del suo tempo – Inghilterra, primo Ottocento – e adora inventare cappelli e vestiti. Non a caso il film si apre con un’immagine che forse solo l’occhio di una donna regista poteva concepire, il primissimo piano di un ago che penetra una stoffa bianca, e finisce con un’immagine speculare, un altro ago che cuce una stoffa nera.

Fra i due aghi, passano anni e irrompe la morte, perché John Keats muore a Roma, a soli 26 anni, il 23 febbraio del 1821. Fanny gli sopravvive portando per tre anni il lutto, pur non essendo i due sposati: «All’epoca», ha detto la Campion, «le donne cucivano e aspettavano, aspettavano e cucivano. Eppure il cucito, nel film, è la parte creativa di Fanny, e diventa lo strumento per raccontare Keats attraverso lei».

Bright Star, che arriva a sei anni di distanza dal precedente In the Cut (2003), che nasce dal desiderio della regista di «regalare» una storia d’amore alla figlia adolescente, figlia per crescere la quale la Campion ha deciso di riporre per diverso tempo la macchina da presa, è un film a tratti bellissimo. In certe scene, come quelle delle dolci passeggiate nei campi dei due innamorati, in certe immagini soprattutto (come quella di Fanny distesa su un letto di rami o accarezzata dal vento mentre si trova nella sua camera da letto), perché la regista ha un istinto naturale, mai estetizzante, per l’immagine pittorica e la sua composizione architettonica, perché sotto la superficie composta batte il cuore di una natura selvaggia e indomabile.

Al tempo stesso, purtroppo, il film non riesce a evitare del tutto le secche del cinema in costume, tra carrozze nel fango, mercati con le oche per strada e interni con le candele. Ma c’è da dire che questi aspetti rimangono la cornice di una classica produzione di lusso targata BBC (che in ogni caso è mille metri sopra una qualsiasi produzione targata Rai), senza per fortuna arrivare a soffocare il cuore del film, che è gentile, sincero, illuminante, improvviso, come certe immagini di bellezza e fulgore adolescenziale, come il vento che senti strisciare tra i capelli, come i particolare che sai appartenere a personaggi fuori dal tempo, come i vestiti, i fiori, l’erba, il sole, il buio.

La Campion non è Malick, il suo gusto per la natura è straordinariamente femminile, nelle sue immagini c’è una carica sessuale che emerge dove meno te lo aspetti, negli occhi e nel non detto degli attori.

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